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Secondo Ellen MacArthur, navigatrice di fama internazionale, nel 2050 nel mare vi sarà più plastica che pesce.
Una previsione inquietante, che ci offre la possibilità di riflettere sull’impatto che le attività umane esercitano sull’ecosistema planetario.
Ogni minuto, l’equivalente di un camion della nettezza urbana carico di plastica raggiunge l’oceano, aggregandosi e dando origine a imponenti agglomerati galleggianti.
Uno di essi è il “Great Garbage Patch”, un “continente” composto interamente da rifiuti situato nel bel mezzo del Pacifico. Formata per la maggior parte da plastica, la neonata isola, la cui massa è in crescita esponenziale dai primi anni Duemila, sta creando non pochi problemi all’ecosistema marino oceanico.

Periodicamente, le maree scaricano parte dei rifiuti sulle coste Hawaiane, insozzandone le spiagge. Si calcola che 10 fiumi siano responsabili ben del 90% della plastica presente negli oceani, fra i quali spicca il fiume Yangtze, uno dei più grandi corsi fluviali della Cina, che scarica ogni anno oltre 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti nel Mar Giallo.
Numerose proposte, atte a ridurre il flusso di plastica fluviale, sono state vagliate dai governi responsabili di tale scempio, come, ad esempio, l’installazione di filtri e reticolati nelle foci dei fiumi. Ridurre gli scarichi non basta, in quanto il tempo richiesto dalla decomposizione della plastica oggigiorno presente nei mari, pari a migliaia di anni, è scollimato dalle attuali necessità globali. Per questo Boyan Slat, un ragazzo olandese di 22 anni, nel 2014 ha fondato “The Ocean Cleanup”, una startup innovativa che si prefigge di ripulire le onde oceaniche dai rifiuti.

Dopo 4 anni di progettazione, nell’estate del 2018 l’azienda rilascerà per la prima volta i propri dispositivi nell’Oceano Pacifico, testandone il funzionamento.
Le attrezzature che verranno liberate in mare aperto saranno composte da filtri di nuova generazione, mantenuti a galla da boe, resi efficienti da un software che monitorerà i parametri della struttura. Il tutto non richiederà alimentazione elettrica, grazie all’ausilio di pannelli fotovoltaici ad alta efficienza connessi in situ.
Come è possibile leggere sul sito della startup, l’ambizione di The Ocean Cleanup consiste nel rendere scalabile la propria tecnologia, costellando il Pacifico con i propri dispositivi.
La comunità scientifica sostiene che ciò sia sufficiente ad alleviare il problema nel breve termine, in quanto solo il 15% della plastica contenuta negli oceani galleggia a basse profondità.

Davide (Reggio Emilia)